ATTUALITA'

L’Europa, le piazze e l’equivoco dell’immigrazione

Un tempo le ideologie cercavano di conquistare le coscienze per cambiare la società; oggi sembra sufficiente intercettare le frustrazioni per portare la gente in piazza. È il passaggio dalla politica delle idee alla politica delle emozioni, il progressivo affermarsi di una mobilitazione emotiva che spesso prescinde da un progetto politico coerente.

È notizia di questi giorni che dietro il Movimento 17 ottobre, promotore delle recenti proteste giovanili, vi sarebbe un trentenne italiano di seconda generazione, di origini marocchine. C’è un conseguente paradosso generazionale che merita attenzione.

La prima generazione di immigrati, cresciuta con riferimenti culturali più stabili, cercava nell’Occidente un futuro; una parte della seconda, formatasi nella crisi delle ideologie, delle appartenenze e del relativismo culturale, rischia di cercare nella contestazione dell’Occidente un’identità.

Se le manifestazioni nascono spontaneamente, siamo di fronte a una crisi interna della nostra civiltà; se sono eterodirette, quella stessa crisi diventa una vulnerabilità geopolitica. Le due ipotesi, del resto, non si escludono.

In entrambi i casi, l’Occidente rischia di essere destabilizzato non tanto dalla forza dei suoi avversari, quanto dalla debolezza delle proprie fondamenta culturali. Insomma, una società che perde contemporaneamente identità e benessere.

Lo testimoniano, su un altro versante, anche le proteste dei produttori agricoli che stanno interessando l’Italia e l’Europa, che sono la risposta alle forti distorsioni di mercato e all’esplosione dei costi innescate dagli scenari globali.

Interpellato dai giornalisti, Trump ha dichiarato: “Come in Francia, anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione”. E che “Se l’Europa non chiude i confini è finita”.

Penso tuttavia che attribuire solo all’immigrazione la crisi europea rischia di occultare le responsabilità economiche, culturali e geopolitiche che hanno contribuito a indebolire l’Europa, trascurando almeno due questioni ben più profonde.

La prima è culturale: la crisi dei valori e delle appartenenze che attraversa l’Europa è anche il risultato della diffusione di un modello consumistico e individualistico, in parte di matrice americana.

La seconda è geopolitica ed economica: la rottura del rapporto tra la capacità industriale europea e le risorse energetiche russe ha indebolito uno dei fattori della prosperità del nostro continente, senza sottacere la responsabilità della Russia per l’aggressione all’Ucraina, pur nel contesto delle tensioni geopolitiche che l’hanno preceduta, mentre gli Stati Uniti hanno conquistato una posizione privilegiata nel mercato energetico europeo. La centralità del dollaro e della finanza americana attrae capitali europei, laddove la crisi energetica e industriale indebolisce la competitività dell’Europa, aggravando i costi per imprese, lavoratori e ceto medio.

Né è realistico presumere che la prosperità americana, anche quando alimentata da rapporti economici con la Russia, si traduca automaticamente in benessere europeo: gli interessi degli alleati non sempre coincidono, esempio più evidente è proprio quello energetico o quanto accaduto in Libia.

L’Europa rischia così di esportare ricchezza e importare insicurezza sociale, mentre l’immigrazione, un fenomeno che va pur governato, diventa il bersaglio visibile di un malessere dalle cause ben più profonde.

Forse la contraddizione più amara è questa: chi denuncia il declino europeo potrebbe essere, al tempo stesso, tra i beneficiari economici della sua debolezza.

L’impoverimento economico e lo smarrimento culturale non sono crisi separate; possono alimentarsi reciprocamente. Ed è su questo terreno che il disagio sociale diventa più facilmente strumentalizzabile, tanto dall’interno quanto dall’esterno.

Il vero problema dell’Europa non è soltanto chi entra nei suoi confini, ma quanta sovranità economica, autonomia politica e identità culturale sia rimasta al suo interno per sottrarla alla logica delle contrapposizioni geopolitiche, per resistere alle provocazioni, guardare oltre le fratture, per ricucire relazioni e costruire nuovi equilibri, emancipandosi dai vincoli che le impediscano di perseguire i propri valori e obiettivi, altrimenti avremo piazze disarmate, ma senza una visione disarmante: il silenzio della protesta, non la pace sociale.

Donatella Perna