
Lo spessore dei personaggi coinvolti in queste inchieste è stupefacente e spiega egregiamente il perché sull’eolico piovono finanziamenti pubblici impensabili in altri settori e nel resto d’Europa.
di Pasquale Trivisonne
LUCERA (11 luglio) - Più volte dalle pagine di questo giornale abbiamo denunciato che l’eolico in Italia non è nient’altro che una grandissima truffa utile solo a gonfiare le tasche di potenti multinazionali, affaristi di vario genere e politicanti di vario livello. Finalmente dopo anni di sottovalutazione del fenomeno, nelle regioni interessate dalla devastazione eolica, qualche procura ha cominciato ad indagare sui legami tra politica, malaffare e lobby eolica e i risultati di queste indagini sono stupefacenti.
E’ di queste ore la notizia che uno dei faccendieri più controversi della storia d’Italia, Flavio Carboni, è stato arrestato insieme ad altre due persone nell’inchiesta sull’eolico in Sardegna. Il faccendiere sardo è stato coinvolto in inchieste di mafia e in diversi misteri italiani, tra cui la morte del banchiere Roberto Calvi trovato impiccato sotto il ponte dei "Frati Neri" a Londra nel 1982.
Nella stessa inchiesta è indagato uno dei più stretti collaboratori di Silvio Berlusconi e coordinatore nazionale del PdL, l’On. Denis Verdini e il Presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellaci (PdL).
Lo spessore dei personaggi coinvolti in queste inchieste è stupefacente e spiega egregiamente il perché sull’eolico piovono finanziamenti pubblici impensabili in altri settori e nel resto d’Europa.
Di questo scandalo tutto italiano si è interessato uno degli ultimi numeri del settimanale l’Espresso.
Il titolo di copertina – Vento di mafia – spiega senza tanti giri di parole il contenuto dell’inchiesta scritta da Fabrizio Gatti, il giornalista che qualche anno fa denunciò la situazione di schiavitù a cui sono costretti i nostri fratelli migranti che raccolgono i pomodori nelle campagne della Capitanata.
L’inchiesta documenta la penetrazione della mafia in Sardegna, attraverso il business eolico e il suo ricco bottino di fondi pubblici che lo rende possibile e senza il quale il vento sarebbe uno degli elementi naturali che rende possibile la vita e non certo a far girare le pale.
Uno degli elementi centrali in questa inchiesta è che il malaffare, non è associato a picciotti e lupare ma ad integerrimi imprenditori proprietari di società formate con poche migliaia di euro di capitale che, grazie a contatti politici di altissimo livello, si accaparrano concessioni e milioni di finanziamento pubblico con mappe meteorologiche, anemometri e naturalmente soldi, tantissimi soldi.
Oltre agli impianti sardi, in altre inchieste sono finiti sotto le lenti della magistratura anche gli impianti eolici di altre regioni italiane e naturalmente non poteva mancare qualche indagine in Capitanata, che è la provincia al primo posto in Italia per il numero di impianti eolici installati.
A Sant’Agata di Puglia è stato sottoposto a sequestro un parco eolico, con 51 aerogeneratori ed è stato inquisito praticamente un intero consiglio comunale.
L’impianto di proprietà di una società romana Api Holding, compartecipata da due società palermitane (SER1 e SER2), nel 2009 fu oggetto di un attentato dinamitardo che provocò danni per decine di migliaia di euro.
L’indagine in corso è tesa ad accertare se il capo responsabile dell’Ufficio tecnico di Sant' Agata di Puglia, in concorso con altri funzionari e amministratori comunali, emanasse permessi illegittimi per costruire il mega-parco eolico. Sembrerebbe che siano state approvate delibere in assenza di atti amministrativi necessari al rilascio delle concessioni.
Sarebbero dunque state favorite società eoliche, ma avrebbero tratto vantaggi economici anche alcuni amministratori locali, tra cui il sindaco e componenti della giunta e del consiglio comunale. Per alcuni di questi ultimi, è stata configurata dagli investigatori anche la violazione dell’obbligo di astensione dalla fase decisionale, in presenza di un oggettivo conflitto d’interessi.
Secondo il sostituto procuratore della repubblica Antonio Laronga, il meccanismo della truffa prevedeva che la società eolica si sarebbe impegnata a corrispondere per 29 anni un canone annuo ai proprietari che davano l'assenso alla installazione. Il sospetto è che i proprietari fossero parenti o affini degli amministratori i quali, a loro volta, avrebbero partecipato a sedute consiliari e di giunta in palese conflitto d’interesse, violando l'articolo 78 del testo unico enti locali, ossia il decreto legislativo 267 del
Un meccanismo abbastanza semplice che, se venisse provato, spiegherebbe il perché in tanti comuni della nostra provincia la parte pubblica, dai guadagni degli impianti eolici percepisce percentuali ai limiti della decenza.
Quello che gli spetterebbe viene diviso fraternamente tra coloro che ne dovrebbero curare gli interessi.

