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di Pasquale Trivisonne

ALBERONA (02 marzo) - La storia della ragazzina tredicenne di Alberona, violentata ripetutamente dallo zio e dal nonno, impone oltre che una riflessione sul ruolo dei soggetti istituzionali che -  come ha scritto Don Ciro Miele su queste pagine –  avrebbero dovuto controllare ma “ nulla hanno mai fatto”,  anche un pensiero sul fatto che la violenza è stata possibile perché,  forse, qualcosa non ha funzionato anche a livello di comunità.

Quello che è successo ad Alberona  succede molto frequentemente in qualsiasi altra parte d’Italia: la violenza sessuale sulle donne e sui minori è ormai una realtà quasi quotidiana. In questo caso però è l’efferatezza delle accuse, l’età della vittima, la sua storia, la consanguineità con gli accusati, che  rendono questa violenza un atto, se possibile, ancora più atroce che ci mette, ancor di più, nudi davanti alle nostre coscienze.

E le nostre coscienze sono ancora più smarrite, perché questo episodio non è avvenuto a Torino, Roma o Milano, un luogo lontano, ma quasi a casa nostra, in un piccolo paesello lindo e pulito, ideale per uno spot del Mulino Bianco.

La ridente Alberona potrebbe essere uno dei tanti paesini della provincia italiana, con le sue usanze e i suoi riti, che ripropongono un passato che ormai serve solo a fare cassa, e che all’improvviso scopre che il mostro che si è abituati a vedere in televisione abita dietro l’angolo, è lì e ha il volto di un irreprensibile nonno di 63 anni.

Tutti  mostreranno stupore e meraviglia per quanto è successo, salvo poi scoprire che forse..., forse…, c’era qualcosa di strano in quella famiglia.

Anche in questo caso si ripeterà lo stesso schema di sempre: nessuno ha visto nulla fino a che il caso diventa pubblico, salvo poi, nei capannelli in piazza, nei bar e davanti agli atri delle chiese,  ammettere che qualcosa si sapeva, che in quella casa si sentivano rumori sospetti e che quello che è successo, forse..., forse…, si poteva prevedere.

Chiusi nel nostro perbenismo preferiamo fare come gli struzzi che nascondono la loro testa sotto le ali per non vedere;  per non sentire le grida di lamento di una ragazzina di tredici anni, violentata da chi avrebbe dovuto darle ben altre attenzioni. Non è forse la cultura dell' indifferenza, del quieto vivere, dell' omertà che rende possibile quello che è successo ad Alberona e in tante altre parti d’Italia?

Come mai una comunità di poche migliaia di persone, dove si conosce “tutto di tutti” diventa discreta e riservata al punto di non accorgersi di quante tragedie ed aberrazioni succedono nella porta accanto?

E’ da questa cultura malata che bisogna partire per capire come è possibile che una bambina di tredici anni venga violentata, picchiata,  presa a cinghiate, tra quelle che dovevano essere rassicuranti mura domestiche senza che nessuno - tra i famigliari e i vicini di casa - si sia mai accorto di nulla.

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