Associazione Oratorio/Circolo Giovanni XXIII editore
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ECCIDIO E SEGRETI... DI STATO

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Vent’anni dall’assassinio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli; vent’anni di depistaggi, vent’anni di vergogna per uno Stato per il quale la verità è una chimera. Morto Falcone, sua moglie e la sua scorta qualche mese prima, Borsellino sapeva che prima o poi sarebbe accaduto a lui la stessa cosa, era un “morto che cammina” come si definiva. Ma sapeva pure che non era solo la mafia a volerlo morto.

Le affermazioni di Agnese Borsellino sono agghiaccianti quando riferisce le confidenze di Paolo e dei suo timori: «Mi ucciderà la mafia ma saranno altri a farmi uccidere. La mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno». Risultano commoventi quando Paolo parla a sua moglie degli uomini della sua scorta: «Erano persone che facevano parte della nostra famiglia. – ci dice Agnese. - Condividevamo le loro ansie e i loro progetti. Era un rapporto oltre che di umanità e di amicizia, di rispetto per il loro servizio. Mio marito mi disse 'quando decideranno di uccidermi i primi a morire saranno loro', per evitare che ciò accadesse, spesso usciva da solo a comprare il giornale e le sigarette quasi a mandare un messaggio ai suoi carnefici perché lo uccidessero quando lui era solo e non in compagnia dei suoi angeli custodi».

Oggi, nel celebrare quell’evento non possiamo non provare amarezza nel pensare che uomini come Falcone e Borsellino non solo siano rimasti soli a combattere contro la mafia ma quella mafia sia quasi stata incoraggiata a toglierli di mezzo. Con una diabolica coincidenza proprio in questi giorni vengon fuori i dubbi di un patto tra Stato e mafia, per la tranquillità dell’uno e dell’altro, quasi a dire «non facciamoci del male, e non ci pestiamo i piedi a vicenda».

Altro che lotta alla mafia, per cui tanti sono i caduti, nomi di una lista interminabile di persone comuni cadute nell’impegno della realizzazione di un sogno, quello di poter vivere in un mondo fatto di legalità e giustizia.

L’arresto dei “capi dei capi” nel tempo ci aveva fatto credere che lo Stato avesse vinto sul male assoluto chiamato mafia. Oggi, invece, siamo a costatare una complicità che definire nauseante è dire poco.

E allora mentre ricordiamo il giudice Borsellino e la sua scorta, a 20 anni dalla loro morte, mentre esprimiamo parole di stima nei loro confronti, chiediamoci cosa abbiamo fatto nelle ultime 24-48 ore per combattere la mafia nelle sue forme più elementari (sopraffazione, prepotenza, oppressione, intimidazione ecc. ecc.) e per migliorare il mondo in cui viviamo, nel nostro piccolo.

Ci si impossessa così facilmente della memoria dei grandi uomini... ma poi? (Ciro Miele)

19 luglio


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