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Foggia. Ecco “La nostra terra”: l’antimafia sociale sullo schermo

terraFOGGIA – Giovedì, 25 settembre, è stato presentato a ‘L’altro cinema’, a Foggia, ‘La nostra terra’ di Giulio Manfredonia, regista e autore di ‘Si può fare’, ‘Tutto tutto niente niente’, ‘Qualunquemente’. Un cast di formidabili interpreti: Stefano Accorsi, Sergio Rubini, Maria Rosaria Russo, Iaia Forte, Nicola Rignanese, Massimo Cagnina, Giovanni Calcagno, Giovanni Esposito, Silvio Laviano,  Michel Leroy e con la partecipazione di Bebo Storti, Paolo De Vita, Debora Caprioglio e Tommaso Ragno. Durante la proiezione erano presenti in sala due dei protagonisti: Sergio Rubini e Nicola Rignanese, di Foggia, attore di straordinario talento e grande umiltà.

Una storia vera, centrata sull’esperienza di un’associazione impegnata sulle terre confiscate alla mafia. Difficoltà, paure, intimidazioni, coraggio.  Una lotta alla mafia che viene combattuta con la legittimità, da una bizzarra compagnia con un presidente di un’associazione per la legalità con crisi di ansia; Cosimo, il fattore del boss, pentito; un extracomunitario di colore, un diversamente abile sulla carrozzina e un simpatico psicotico. Si piantano pomodori, melanzane, tra i vitigni e con “qualcosa che viene prima: la terra è quella che ci ospita, ci nutre e ci seppellisce”.

Magistrali le interpretazioni di Sergio Rubini e Nicola Rignanese. Pugliesi entrambi sono riusciti a fotografare particolari significativi della ‘pugliesità’ agricola: l’attaccamento alla terra, l’amore per il lavoro nei campi.

Molto suggestivo il primo piano cinematografico nel quale i protagonisti si portano sulle terre confiscate con pale e vanghe sulle spalle, fotogramma rievocativo di ‘Quarto Stato’ di Pellizza da Volpedo.

Accade, poi, che al mafioso proprietario della tenuta, vengano concessi gli arresti domiciliari proprio in quelle terre. Si percepisce molto bene l’angoscia dei soci della cooperativa, cominciano i primi sabotaggi alle colture, si insinuano il sospetto reciproco, le spaccature. I primi pomodori biologici, pronti da raccogliere, al controllo per la verifica del biologico risultano trattati. Quando tutto sembra perduto, si attiva la rete, arrivano i volontari di ‘Libera’, associazione contro le mafie,  ‘Si può fare’, cooperativa di persone con disturbi psichiatrici.

Sullo schermo, in alto, prima dei titoli di coda, scorre il nome di PIO LA TORRE, ucciso trent’anni fa: il 13 settembre 1982, veniva approvata la legge n. 646, nota come “legge Rognoni – La Torre”. Per la prima volta nel codice penale venne introdotto il delitto di associazione a delinquere di tipo mafioso (articolo 416 bis) e la confisca dei beni alle organizzazioni criminali. PIO LA TORRE paga con la vita il prezzo del suo impegno e viene assassinato alla vigilia della festa dei lavoratori, il 30 aprile 1982. In sala erano presenti rappresentanti di cooperative locali che gestiscono terreni confiscati alle mafie, pienamente identificatisi nelle situazioni di minacce e sabotaggio e visibilmente commossi. Daniela Marcone, referente provinciale Coordinamento Libera Foggia, ha salutato il film con grande entusiasmo.

La ‘Nostra terra’ arriva quasi contemporaneamente alle minacce giunte dal carcere da parte di Totò Riina a  fondatore di Libera, ritenuto dal boss uno dei principali responsabili dei sequestri dei beni alle cosche. “Farà la fine di don Puglisi” ha sentenziato il capo di Cosa Nostra dal carcere di Opera.

Interessante l’intervento post proiezione di Rubini, che rileva il rischio dell’autoreferenzialità che il cinema italiano corre nel rappresentare situazioni di cattivi mafiosi e donnine vestite di nero col fazzoletto in testa. Esiste una zona grigia, tra questi due estremi, di cui si dovrebbe parlare.

Il film è molto bello, piacevole, scorre velocemente e pur trattando un argomento scottante e complesso, che dovrebbe qualificarlo come drammatico, ha spesso i caratteri della commedia e forse la tragicità è troppo semplificata.

Sara Croce

 

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