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Polemica su Libera. L’inciampo del PD lucerino

di Pasquale Trivisonne

Dopo la Waterloo elettorale che ha letteralmente spazzato via l’intera classe politica lucerina, che regnava sovrana sui destini della città da oltre trent’anni, si sperava che gli interessati si fermassero un attimo a riflettere  per spiegare ai loro elettori i motivi di tale disfatta.

Nulla però è giunto nella redazione dei giornali e nulla è stato affisso sui muri della città, da parte dei partiti di centro sinistra e delle liste civiche che sostenevano la candidatura di Giuseppe Bizzarri.

A parte un manifesto dell’ex candidato Giuseppe Bizzarri, e un post del Centro Democratico, nulla di più è stato proposto ai cittadini come elemento di riflessione per spiegare le ragioni di una sconfitta che, viste le dimensioni, appare persino imbarazzante commentare.

Uno delle compagini più colpiti dallo “tsunami” elettorale è stata l’area di centro sinistra, e in particolare quella del PD. In questo partito circa il 65%  dei voti è stato portato in dote da candidati, che per tradizioni e storia politica non appartengono sicuramente all’area storica del Partito Democratico.

Praticamente l’intera rappresentanza storica di questo partito è stata sfiduciata pesantemente dagli elettori, che con il loro voto hanno chiesto decisamente di cambiare pagina. Nonostante la volata offerta da Matteo Renzi per le europee e i 400 nuovi iscritti , la vecchia guardia del PD  ha portato a caso meno dei voti delle ultime amministrative, dove raggiunse il suo minimo storico.

Il giudizio degli elettori è stato così dirompente che ha coinvolto non solo l’ala storica del PD, ma soprattutto l’ala “renziana”, quella che in questo partito avrebbe dovuto portare istanze di cambiamento, ma che nei fatti ne ha condiviso fino alla fine anche le scelte più impopolari.

Ed è così, che senza un’analisi in grado di spiegare i motivi della sconfitta, senza una strategia in grado di farlo uscire dal pantano in cui è finito, ma soprattutto senza una leadership credibile e in grado di riallacciare un dialogo con la città, da questo partito giungono comunicati che aumentano ancora di più la distanza siderale che ormai si è creata con le istanze espresse dai cittadini l’8 giugno.

E’ il caso di una spicciola polemica nata in rete a proposito della rinuncia di Daniela Marcone alla carica assessorile che le avrebbe comportato la responsabilità di gestire la trasparenza amministrativa in città.

Le danze sono state aperte sulla bacheca di Ivano Di Matto, un giovane sindacalista di area craxiana della CGIL, che a proposito della rinuncia di Daniela Marcone alla carica assessorile si è chiesto «se questa è stata la prima “promessa elettorale” disattesa dal neo-sindaco Tutolo…»

Subito dopo il PD ha diffuso un comunicato dai toni durissimi dove si censura pesantemente la scelta del neo Sindaco, tesa a dare un segnale importante in termini di legalità sulla trasparenza amministrativa, sulla gestione dei concorsi e degli appalti pubblici in città.

La nomina di Daniela Marcone avrebbe dovuto rappresentare  la ciliegina sulla torta di un’amministrazione a cui comunque deve essere riconosciuto il merito di aver rotto con le vecchie consuetudini del passato, dove gli assessori venivano scelti nelle segreterie dei partiti utilizzando il Manuale Cencelli.

Nel comunicato questa scelta è stata definita «…una mera trovata mediatico-elettorale per gettare fumo negli occhi durante la campagna elettorale, senza alcuno riscontro con la realtà odierna».

E a proposito della nomina viene ribadito che «la (finta) nomina di Daniela Marcone non è che il primo errore di quella che è stata, a nostro avviso, una spregiudicata e demagogica mossa elettorale». A nulla è servito il comunicato il cui l’interessata ha spiegato pubblicamente i motivi della sua scelta .

Un’analisi spietata sul ruolo che avrebbe dovuto assumere la responsabile provinciale di Libera, assolutamente legittima, se non fosse per il fatto che chiama direttamente in causa la protagonista di questa vicenda e l’associazione che essa rappresenta.

Il PD aveva mille modi per manifestare il proprio dissenso rispetto alla scelta politica di Antonio Tutolo, ha preferito scegliere la strada più semplice, che è quella di gettare discredito sull’interessata e su un’associazione nata nel 1995 che rappresenta «un coordinamento nazionale di circa 1600 associazioni che, nel segno della più ampia trasversalità culturale, condividono l’impegno per la giustizia sociale e la legalità».

Le amministrazioni di tante città italiane sono piene di uomini e donne che provengono dal mondo di un associazionismo che negli anni è diventato uno dei simboli della lotta alle mafie. A Lucera tutto questo si è trasformato in una operazione di malaffare politico, tesa a “gettare fumo negli occhi durante la campagna elettorale”.

E’ evidente infatti che l’operazione che il PD definisce una «spregiudicata e demagogica mossa elettorale»  non poteva essere effettuata senza il pieno consenso dell’interessata.

Appare infatti difficile credere che Antonio Tutolo abbia potuto portare a compimento l’annuncio dell’incarico senza aver prima parlato con l’interessata e magari dopo averle spiegato le responsabilità e l’impegno che comporta un incarico simile, in una città dove la trasparenza amministrativa è stata da sempre un’illusione.

A fronte di queste responsabilità e di quelle ancora più onerose che comporta la rappresentanza di un’associazione di contrasto alle mafie,  che opera in una provincia dove le compagini mafiose sono sempre più aggressive, una naturale ripensamento era nell’ordine delle cose.

Per il Partito Democratico  i legittimi dubbi di una donna che porta sulle sue spalle queste responsabilità e che ha avuto la vita pesantemente segnata dalla violenza mafiosa,  diventano “una mera trovata mediatico-elettorale”.

Il ripensamento di una donna simbolo dell’antimafia in Capitanata, che deve decidere se restare al fianco della sua organizzazione, oppure se assumere un ruolo diretto nell’amministrazione comunale, è diventato un terreno di scontro per un partito che non ha mostrato il minimo dubbio nell’apparentarsi in un coalizione dove compariva il nome di Vittorio Sgarbi.

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